ai Baustelle preferisce i Pandistelle...
Juno: era meglio il trailer
Una ragazzina su misura
Perché una promessa è una promessa mi ritrovo a riaprire una rubrica che non ha quasi articoli. Ossia quella della cinematografia nonfiga. Una rubrica che si occupa di film che hanno a che fare con la tematica della nonfigologia. Ma anche una rubrica in cui si fa cinecritica estrema. Senza peli sul pube.
Oggi parliamo del film del momento. Juno. E confermo, era meglio il trailer. Colui che vi scrive è un appassionato di trailer. Non ci sono cazzi. I trailer sono la parte migliore dei film. Nel trailer ci mettono quelle due tre scene frizzanti o emozionanti o coinvolgenti. Il resto è sbroda. Il 90% dei film possono essere tranquillamente sfalciati lasciando quei tre minuti del trailer. Sarebbe meglio.
Affascinato da un trailer scoppiettante mi sono recato in un cinemino a pipparmi questa simpatica pellicola. Perché sì, il film è simpatico e si lascia vedere. La storia è quella di una ragazzetta che pensa bene di rimanere incinta alla prima volta che tromba. E quindi decide di portare a termine la gravidanza e di dare il gamberetto in adozione.
Tutto bene, al pubblico il film piace. Le musiche sono piacevoli, la regia divertente, il personaggio principale, Juno, è carismatico e simpatico. Ma all'occhio ipercritico del vostro Coniglione il tutto appare falso, posticcio. E nonostante i sorrisi rimane l'amaro in bocca. E non è un montenegro.
Questo film rientra in quel filone che piace a un certo cinema semi-indipendente americano: quello degli adolescenti non-fighi - più che altro ragazzine, fuori dal coro, non popolari a scuola, strampalati, che vivono in un mondo a parte un po' poetico. Mi viene in mente un titolo al volo, Ghost Wordl.
Juno non esiste, non può esistere, è falsa come una moneta da tre euro. Le ragazze senza tette, che vestono da maschiacci eccetera non sono in primis così carine, e non sono nemmeno così serene. L'alterità è sempre un trauma per un adolescente, figuriamoci per un adolescente femmina.
E' una figura che sa molto da vendetta del non figo. Costruita su misura. Figura androgina, perché la femminilità manifesta non piace agli intellettuali. Viso incantevole, perché va bene tutto ma l'estetica conta. Jeans sdruciti, fantastici maglioni e cardigans, camicie a quadrettoni. Parlata sguaiata ma vivissima intelligenza. Gusti musicali rock anni settanta e film splatter. Suona la chitarra. La dà al timidone del paese.
Che dire? Perfetta. La ragazzina che tutti noi non fighi abbiamo sognato e sognamo. La donna-maschiaccio che condivide tutte le nostre passioni, che non corre dietro al giocatore di football col mascellone, ironica e fuori dagli schemi della fighetta vincente ragazza pon pon.
Troppo perfetta per essere vera. Troppo asettica per essere credibile. Tutta la vicenda si incentra sull'incontro tra lei e la coppia che adotterà il bambino. Lei donna manager, iper-ansiosa e comandina, superperfettina. Lui artistoide immaturo con una gibson e una distesa di mac.
E sta lì la chiave del film, non sulla querelle del cazzo "aborto sì, aborto no". E' un film vecchio, per vecchi. Sulla solita paura di crescere, bla bla bla. La ragazzina incinta, protagonista assoluta della trama, in realtà è solo lo sfondo. Perché la ragazzina non esiste. E' solo una proiezione onirica di come sarebbe la ragazzina perfetta vista da un occhio adulto.
Una ragazzina che rimane gravida pensa a ben altro. Pensa a cosa le succede, cosa le cresce dentro, matura magari un legame con il feto di odio e amore. Una sedicenne immagino possa vivere una furtuita gravidanza in modo molto fisico, istintivo, emotivo.
In Juno il lato umano della gravidanza è relegato a rari siparietti in cui commentano il pancione, commentano le tette da latte, si accenna alla stitichezza o ai calci del bambino. La sensazione che ho è che si rimanga in superficie. Non viene affrontata la verità della gravidanza.
Capisco che non fosse lo scopo del film. Il film voleva solo fare una storiella divertente su una che rimane incinta. Ok, glielo concedo. Ma manca totalmente la verità, la realtà.
Per qualche oscuro motivo l'essere donna e i misteri a ciò legati rimangono questioni che affrontano gli uomini. Juno rimane incinta ma è un personaggio asessuato. Mi sarebbe piaciuto sapere come è essere incinta. Perché il cinema mi ha insegnato a costruire una bomba atomica con due barattoli ed un elastico, ma non sia in grado di raccontarmi cosa vuol dire avere la patata e rimanere piena?
In definitiva, rimarrà uno dei tanti film simpatici che il filone finto-indipendente ha sfornato. Juno è un personaggio su misura, adatto a piacere al pubblico non figo, che è, ricordiamolo, il maggior consumatore di prodotti culturali, cinema, e libri.
...evacuato da coniglione alle [19:00] |
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la superstizione non è un male
Noi che siamo sostanzialmente illuminsti, razionali, non capiamo, anzi proviamo schifo, per certe manifestazioni di fede, di superstizione, di devozione popolare. Ma come è possibile essere così ignoranti, così ingenui, così stupidi, ci domandiamo disprezzando disgustati il clero, i frati, la gente, la televisione. Un misto naueseabondo di superstizione, necrofilia, magia, circonvenzione di incapace, merchandizing, follia di massa.
Ma per un attimo smettiamo di essere così snob. Non ci facciamo mica bella figura. Non serve criticare, è come sparare sulla croce rossa. E non serve a capire. Guardiamo questi eventi da un'altra ottica. Dobbiamo accettare che ci sia al mondo tanta gente ingenua, ignorante, semplice.
Sembra incredibile a chi, come noi, ha un discreto livello di istruzione. Ma c'è gente, tanta gente, tantissima, che ancora oggi non ha gli strumenti per affrontare i misteri della vita.
Come agli albori dell'umanità, quando il fuoco era un dio, anche oggi la maggiorparte della gente si meraviglia, si stupisce. Ignora. Ignora come facciano ad accendersi le lampadine, perché le macchine camminano, come fanno a funzionare i telefonini, la tv e tutti gli oggetti della vita quotidiano. Per non parlare del sole, delle stelle...
Persone che non possono capire le piccole cose, figuriamoci affrontare i misteri della trascendenza, l'ontologia, i perché della vita. Persone troppo vecchie, troppo poco istruite, troppo terrone.
Ma che ci siano persone ancora così ingenue, così semplici, così cristalline è bello. Pittoresco. Ma è ovvio che chi non ha alcuna conoscenza del reale abbia bisogno di qualcosa a cui aggrapparsi, qualcosa per cui appassionarsi. Ha bisogno di eroi e di miti.
Noi non riusciamo a digerire San Giovanni Rotondo. Ma per chi il filamento di tungsteno incandescente è un miracolo, cosa volete che siano le stigmate. In una vita di stupori e meraviglia, il meraviglioso è un elemento naturale. Che sia un frate psicotico autolesionista, che sia anche una Vanna Marchi qualunque. Non c'è nessuna differenza fra Padre Pio e il mago De Nascimento.
Si tratta della piccola ingenuità delle persone semplici, che hanno dubbi troppo grandi, paure, incertezze che non riescono nemmeno a definire perché non hanno le parole per farlo. La morte è il feticcio della gente semplice. La morte è il motore di tutte le religioni, ed è per questo che la venerazione morbosa dei morti, i santi, persone semplici ma con dei super-poteri, è il fulcro della venerazione popolare.
Essere superstiziosi non è una colpa. La superstizione non è altro che una conseguenza dell'essere persone semplici e umili. Non ci è utile criticare le persone semplici; anzi, da un certo punto di vista dovremmo invidiare le persone semplici, hanno molti meno problemi di noi, o se li hanno, non sono in grado di capirlo. O al limite, gli basta una gita a un santuario, per avere l'illusione che qualcuno si occupi di loro.
...evacuato da coniglione alle [21:11] |
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Max Pezzali, "Per Prendersi una Vita", un libro sbagliato.
Abbiamo letto per voi il primo romanzo di Max Pezzali.
Personalmente ritengo Max uno dei più grandi cantautori italiani. Un genio. Un grande scrittore di canzoni, di musiche, di testi. Affronta tematiche originali. Sa scrivere. E' uno di noi. Avremo tempo di parlare del Pezzali cantante in lungo e in largo.
Ora guardiamo il Pezzali scrittore. Ora chiudiamo gli occhi. Meglio non guardarlo proprio. Il libro di Max è fondamentalmente sbagliato. Sbagliato come è stato presentato al pubblico. Già sapevo prima che sarebbe accaduto un delitto. Solo che il delitto avviene in pratica alla fine.
Sbagliato come è scritto. Sbagliata la storia. Sbagliati i personaggi. Tutto sbagliato. La scrittura, spiace dirlo, non si avvicina minimamente alla qualità asciutta e diretta dei testi musicali di Max. Lo stile è immaturo, c'è poco da fare. Non naturale. Si sente il lavorio della scrittura. Non è uno stile pretenzioso, per carità. Si rimane nella semplicità. Ma manca il vigore, lo scatto, la potenza di una scrittura efficace.
La storia poi poteva funzionare. Poteva. Ma è buttata un po' via. Il viaggio adolescenziale di quattro ragazzi di provincia, i ricordi degli stessi ragazzi venti anni dopo... potevano essere degli ingredienti vincenti. Anche perché Pezzali ha incarnato nella sua carriera la lucida e profonda poetica della provincia e dell'alterità.
Però questa storia non prende mai respiro. Sono reduce di Colla di Welsh. Ecco. Certe scene sembrano arrivare direttamente da là. Ma il confronto è impietoso, perché a differenza di Welsh qui non si va mai a fondo, le vicende non sono mai raccontate nel dettaglio. E' un riassunto. Un bignami. Un temino. Senza la forza evocativa delle parole giuste al posto giusto.
I personaggi sono chiaramente un'emanazione diretta delle personalità di Pezzali, o delle sue ispirazioni. Il narratore in prima persona è un giornalista. Ha successo come scrittore, si è trasferito dalla provincia lombarda a Roma (come Max), sposato a una romana (come Max). Ma la cosa è molto poco credibile, perché un giornalista professionista che scrive un romanzo avrebbe scritto meglio.
Poi c'è il nerd, l'informatico, che incarna la passione di Pezzali per la tecnologia (ha un tumblr, è macuser, sale sul palco con un macbook pro, appassionato fotografo). Poi c'è il pilota d'aerei, altra ossessione pezzaliana, che ama i viaggi, che ha dedicato al viaggio il suo ultimo disco in cui c'è una canzone stupenda che parla appunto di aerei, di piloti.
E poi c'è il musicista di provincia, il punk, il figo. L'anima rock che Max per certi versi inseguiva nel suo progetto di diventare un cantante. Personaggio che sappiamo dalle prime pagine che muore. Se vogliamo una metafora del fatto che il nostro essere giovani, anarchici, irresponsabili un bel giorno muore pure lui. Il punk è morto, viva il rock.
Ma è troppo facile, troppo immediato. Troppo corto. Poche decine di pagine scritte larghe. Eppure è un testo importante per andare in fondo allo studio del personaggio Max Pezzali. L'isolamento dell'essere "diversi" in provincia. La fascinazione per i viaggi. Per le moto. Per la "grande città". Grandi ingredienti per un risultato un po' troppo magro, purtroppo.
Si sarebbe potuto spaziare, esagerare, riempire migliaia di pagine. Il romanzo sul non figo avrebbe, visto la grandezza dell'autore, potuto essere questo. Ma purtroppo non è il mestiere del nostro amato Max. Non ci si improvvisa scrittori, purtroppo. Bisogna, come tutte le cose esercitarsi.
Un romanzo mancato, sbagliato. Peccato (anche perché è il primo romanzo che abbia comprato...).
...evacuato da coniglione alle [21:19] |
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piccolo ma giocattolone
Eccoci, primo post con il nuovo eeepc. Se vi interessa ve lo recensisco. Sennò lo chiudo e me lo ficco nel culo.
...evacuato da coniglione alle [00:03] |
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la viggei e la figa sbrodosa
Mi piace perché a guardare la tivì sembra che le donne stanno tutto il tempo come galline impagliate dietro a cagate del cazzo. Cioè. C'è quest'ultima sgallettata che pensa te. Vuole fare la Vj. Mica cotica.
La scena è demenziale. Ha il mestruo. Due canottiere una sopra l'altra. Balla, recita, improvvisa. Poi il regista le chiede di fare la ruota. Perché fare la ruota è una roba che deve esserci nel curriculum per lavorare in televisione. Per forza.
Ma lei per fortuna è stata previdente. E ha i suoi bei mutandoni col suo bel pannolone dentro. E fa la ruota. Grazie al cazzo. Pensate un po' che se aveva il tampax poteva mettersi pure il tanga e la minigonna. Altro che i pantaloni bracaloni.
La scena finisce che se ne va a braccetto del regista e di tutto lo staff, diretti evidentemente nello studio accanto per una seduta di bukakke, al che la figa sbrodasangue non dà mica fastidio a nessuno.
E va bene. Poi ci sono quelle che se sono ricce vogliono avere i capelli lisci, che se hanno i capelli lisci li vogliono ricci. Se sono more vogliono diventare bionde.
Depilarsi, cambiarsi i capelli, lavarsi la figa. Tutte questioni fondamentali nella vita di una donna. Dice la pubblicità. Ma che sia davvero così?
Mi piace poi delle donne che ogni tanto vanno dal parrucchiere. Spendono 50, 70, 150 euro. Per quindici minuti appena uscite hanno tutta una chioma fluente, lucida, tipo quella che hanno nelle pubblicità. E in quei quindici minuti andranno a farsi vedere a tutti. Parenti, amici, morosi, ex morosi, amanti. Un tour de force contro il tempo e lo spazio.
Che passato quel quarto d'ora succede che la chioma costata quanto un giubbotto da moto o un navigatore satellitare torni allo stato precedente. Nè più né meno.
Però vedete, anche i pubblicitari hanno ragione dal loro punto di vista. Le donne non smetteranno mai di produrre peli in gran copia, di avere capelli in testa, di produrre mestruo fino ad un'età in cui smetteranno di essere una consumatrici accanite. Non smetteranno mai di ingrassare come maialotti, e meno mangeranno e più ingrasseranno (le diete non fanno altro che impigrire il metabolismo). Non smetteranno mai di essere screpolate perché si lavano e depilano troppo, non smetteranno mai di lavarsi e depilarsi troppo perché nelle pubblicità sono tutte avvolte nella schiuma e liscie come marmo (il che non è nemmeno una brutta cosa).
La donna è il porco del consumo, non si butta via niente. Nemmeno la cacca. Visto che la donna non caga per oscuri motivi, anche la stitichezza è una miniera d'oro per i pubblicitari. E se caga ha la diarrea, e via con la pillolina blu di matrix, l'imodium.
Non parliamo di vestiti poi, che sono per il 90% dei capi orrendi. Che a nessuno poi li rivendi. E le cui pubblicità sono impersonate da minus habens totali. Probabilmente vengono girate in qualche manicomio per modelle scampato alla legge Basaglia.
I beni di consumo destinati al mercato maschile si basano giustamente (quasi sempre, tranne certe tamarrate) su campagne di immagine i cui personaggi fighi che diventano ancora più fighi e affascinanti. I prodotti per il pubblico femminile invece ravanano sui dettagli più schifosi e imbarazzanti dell'essere donna, sui problemi più vergognosi (si è mai sentito "uomo, non caghi abbastanza?"), e le protagoniste sono delle stupidine che ballonzolano di qua e là, sparando minchiate come oche impazzite o scimmie ritardate mentali fatte di crack.
Forse i pubblicitari puntano all'autoironia femminile, forse non cercano la totale immedesimazione con le donne che si sentono autorizzate a interessarsi per il nuovo ritrovato per cagare bene ma con la consolazione di pensare "certo, io non sono così scema". Forse i pubblicitari vogliono far sentire le nostre donne molto più intelligenti di quelle che sponsorizzano i loro prodotti. Forse non possono mettere in mano la maglietta con scritto "troia" in quindici lingue, lo yogurt pro-diarrea, l'assorbente con le ali e l'elica sul culo per disperdere gli odori, a una ragazza dall'atteggiamento sensato e civile.
Dai, le donne vere, quelle che conosci e vedi ogni giorno, con cui parli, con cui vivi, non sono così. Forse.
...evacuato da coniglione alle [23:43] |
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tu chiamale se vuoi, esalazioni
E' vero gli uomini puzzano. E se ve lo dico io che sono un panzone vi dovete fidare. Non fa una piega. E' una cosa da considerare, l'omo ha da puzzà, ok, ma non è una scusa. Cioè. Insomma non è che si può stare sempre a lavare i panni, mica ci si può cambiare ogni cinque minuti, magari qualche maglietta non sarà fresca di bucato.
Occhei però. L'ascella emana. Ma è un'emanazione circoscritta. Un'emozione, forse. Non cammina l'odore d'ascella. Tu donna che ti lamenti. Sappilo. Anzi, sappiatelo tutti. Abbiamo il coraggio di dirlo. Un uomo puzza più di una donna a livello sociale. Ma.
Ma vogliamo parlare delle donne? Magari fresche di bucato, lavate, stirate, improfumate. Fateci caso. Eppoi aprono bocca. E non è una cosa metaforica, di discorsi. No no. E' proprio un discorso di alito.
Lasciatevelo dire da chi per lavoro viene a contatto con un tot di donne. Signore, ragazze. Eppure. Zaffate. E l'alito, al contrario dell'ascella, è direzionale. La colonna d'aria si sposta. Si dirige aromaticamente direttamente nelle narici di te che ascolti.
Ma cosa cazzo mangiate la mattina? Avete una discarica a cielo aperto nello stomaco? Avete un ratto morto che vi caga in bocca? Vi lavate i denti con lo spazzolino del cesso? Fate i gargarismi con lo sperma?
Sarà forse che le donne non fanno a colazione, che sono a stomaco vuoto, che sarà l'acido dello stomaco, ma cazzo. Non è una scusa. Non capisco perché sia un fenomeno così diffuso, perché uno deve provare schifo del genere femminile. Perché uno deve pensare "bhe, che bella signora" e poi rischiare di vomitare.
Ma vomitare sul serio. E poi magari ti domandi perché mi giro dall'altra parte mentre parli, perché tengo una mano davanti la faccia. E cazzo, mi riparo.
...evacuato da coniglione alle [20:31] |
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coversazione sulla conversione di magdi cristiano allam
Allora, che Magdi Allam sia perseguitato da certi estremisti perché come giornalista non ha fatto altro che dare contro a certi aspetti dell'islam è sbagliato. E' sbagliato perseguitare chiunque. Che dietro a una persecuzione ci sia una questione religiosa è ancora più sbagliato.
Ma la risposta che dà Allam è quella di prendere una sua fede pregressa e sostituirla, come si sostituiscono un paio di mutande, con un'altra fede che è più di moda nel nostro paese e che lo incorona facilmente a eroe della cristianità contro i demoni dell'islam.
Ma al povero Allam, a cui va la mia solidarietà (se l'è cercata ok, ma ognuno dovrebbe essere libero di scherzare anche col fuoco), non è stato minimamente sfiorato dal dubbio che sia islam che cristianesimo siano delle simpatiche favolette.
Favolette. Eppure la favoletta dell'islam è così facilmente sostituibile con la favoletta del cristo? Si vede di sì. E senza alcun dubbio nè incertezza, né zona d'ombra. Si crede prima in maometto, poi in gesù. Basta credere in qualcosa.
Quando invece il problema è appunto la religione, l'esistenza di religioni che spingono persone, che incitano alla violenza, che fanno leva sulla superstizione per condizionare le menti dei deboli.
Avrei stimato di più il reietto Allam se avesse abdicato all'islam per una illuminata agnosticità. Se avesse detto: visto quello a cui portano le religioni, scelgo di non avere religione.
Invece con tutta quella fregnaccia sul Magdi Cristiano Allam, sia un dire: l'islam fa cagare, io scelgo la religione più figa, più bella, più giusta. Io sono bello e bravo e siccome l'islam mi perseguita io gli faccio un dispetto in più e divento cristiano, tiè. E mi faccio anche martire da vivo, giusto per non farmi mancare nulla.
Non trovo che sia una mossa da ammirare. Non abbiamo bisogno né di martiri né di baciapile. Abbiamo bisogno di ragione, ragionevolezza, dubbio. Sostituire una discutibile certezza (l'Islam) con un'altra certezza per certi versi altrettanto discutibile (quanti orrori in nome del Cristo?) mi sembra una cosa tutt'altro che eroica. Non ne avevamo bisogno.
Usciamo dal medioevo? Per favore.
...evacuato da coniglione alle [23:04] |
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datemi un argomento
datemi un tema che ve lo svolgo... non so proprio di cosa parlare.
...evacuato da coniglione alle [21:03] |
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lo struggimento
Se qualcuno ti chiede cosa hai combinato di recente, spesso non sai proprio che cazzo dirgli. Cioè, ti svegli la mattina, fai colazione, vai a lavoro, mangi, torni dal lavoro, mangi, lavori ancora un po', mangi, vai a dormire.
Insomma non è che ci sia molto da raccontare. A meno che ti metti a spiegare le tue ricette ovolatto-vegetariane che a un carnivoro è come andare allo zoo a vedere le scimmiette o i pippopotami.
Alla fine ogni giorno è uguale all'altro. Qualche volta ti spacchi un po' i coglioni, altre volte ti fai quattro ghignate. Ma è un tran tran del cazzo che non è che puoi andarlo a dire a qualcuno, se non a rischio di sfracellargli le palle.
Viviamo in una sorta di abitudinaria atarassia, la nostra vita è fondamentalmente noiosa. Anche fossimo un qualche chirurgo salvavita della minchia, anche salvare vite tutti i giorni è una routine. A raccontarla: sai ieri ho salvato uno asportandogli un cazzo di gomma da 40 centimentri dal culo, l'altroieri ho salvato uno che aveva il ginocchio che faceva contatto col gomito. Ma alla fine è pur sempre lavoro. Casa lavoro. Siamo tutti casa-lavoro. Tranne i barboni. Che al limite sono tutti ponte e tavernello.
Ma però poi succede che ti distrai dalla tua autosufficienza e inizi qualcosa di nuovo, di diverso. Inizi a struggerti. E' un processo semicosciente. C'è chi si strugge ahilui così, alla cazzo di cane. E ne sono pieni gli ospedali psichiatrici o ben che vada le sale d'aspetto degli analisti.
Le persone normali quando si struggono lo sanno che si stanno struggendo. Un bel giorno decidi che sei stufo del tuo tran tran e inizi ad immalinconirti di ciò che non hai, che vorresti, e non puoi avere.
Una donna che non ti vuole, una storia d'amore non litigharella, un mac pro, una chitarra nuova, tempo e soldi per le tue passioni tipo che so, fare il cantautore, l'artista, il pilota, cose solo per chi è ricco di famiglia o ricco di talento. E se di talento ce ne hai poco ti tocca rinascere ricco di famiglia. E se sei già benestante di famiglia dovresti rinascere figlio di papà, che allora era meglio essere nato morto.
Ma le cose a differenza di una donna puoi comprartele. Soldi permettendo. Cioè, non che le donne non si possano comprare. E infatti i concessionari di macchine, i negozi di elettronica, sono pieni di gente che compra oggetti sperando di colmare quel vuoto che lascia sempre e comunque una donna che non ti ama, che non ti ama più, o che non sai amare. E anche le statali sono piene di acquirenti.
Alla fine tutto gira attorno allo struggimento per una donna in primis, e poi per quello che vorresti essere e fare ma non sei capace, non hai soldi, non hai la testa, non hai il fisico. Ma se chiudi gli occhi, non guardi più l'oggetto del tuo desiderio, ti accorgi che non ti manca nulla e sei quasi quasi felice.
...evacuato da coniglione alle [21:32] |
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a volte, ritornano
Poi arriva quel momento che sai che prima o poi viene. Ma speri di no. Insomma non ci fai caso. Quel momento in cui non riesci a dormire. Non ci riesci perché magari te la sei dormita alla grossa. Avevi fatto tardi. E' domenica. Che dopo una settimana che lavori bene o male la domenica dici, vabbè oggi dormo. Echissenefrega.
Poi domattina ti devi pure svegliare. Ricomincia tutto daccapo. E dovresti essere già nel mondo dei sogni. E invece no. Che poi ciai un sacco di cose da fare. Tagliandare la macchina. Comprare della roba. Farti dare lo stipendio tanto magro quanto ipertassato. E lì capisci che il lavoro nero, anche lui ha una sua dignità.
E devi dare una mano ad un amico. E finire il solito lavoro nero come il culo di calimero. Ti sorbisci una calmomilla sperando che metta pace nel panciotto, in disarmo totale dopo il mix delle due di notte di soia e cioccolata.
E sei pure in pensiero che tuo fratello checcazzo ci fa ancora in giro la domenica alle due. E inizia a piovere. E ti dispiaci per il gatto ciccione che non fa che mangiare e non mastica nemmeno, magari da quando non fa più il gatto di strada si è imborghesito e perde tutti i denti.
E leggi un po' di libro, che invece di venirti sonno ti viene pure fame. E chiudi il libro, scendi, sgranocchi qualcosa, fumi magari una paglia sperando che ti liberi la testa asfaltandoti i polmoni. E niente cazzo.
Ti accorgi che sei solo, che c'è poco da fare è così. Che lo sei sempre stato. Ti rendi conto che forse sbagli tutto, chi lo sa. O che hai sbagliato tutto dal giorno che ti ricordi che hai iniziato a pensare e a fare cazzate.
Che dicono che si impara dagli errori, e allora perché uno continua a farli gli errori? Che invece secondo me gli errori portano ad altri errori, e non impari una sega. L'unico modo di non fare errori è avere il culo di fare giusto la prima volta. Poi magari così ti si azzecca la serie fortunata e puoi tirare a campare.
Ma se invece la prima volta pisci fuori dal vaso, non è che quella dopo fai centro. Continuerai a non centrare mai il buco. Che ciai trenta anni ormai e sei ancora qui sul tuo lettino a una piazza del cazzo e ben che vada ti abbracci il cuscino come nelle canzoni sulle adolescenti sfigate. Sempre che il cuscino abbia uno scatto di dignità, si rifiuti e si suicidi buttandosi a terra, a rotolarsi fra le gatte di polvere piuttosto di.
E così la prima notte insonne da un pezzo, da quando hai iniziato a alzarti tutte le mattine e sei passato sotto padrone, che ti metti ad ammazzarti di pensieri e a riconsiderare che magari sarebbe bastato poco per essere sistemato, per avere qualcuno da annusare la notte per pigliare sonno.
Ma però è un cane che si morde la coda. Che io avevo da piccino dei cani boxer. Che ai boxer la coda la trinciano quando sono cuccioli e cianno solo un moncherino. E allora sto cane correva in tondo per prendersi la coda, che però era lunga 3 centimetri e non ci poteva mai arrivare a mordersela. Così girava in tondo per delle mezzore.
Ecco così. Così mi sento. So che ho sbagliato qualcosa. So che potevo fare meglio. Le persone possono cambiare, possono adattarsi. Se vogliono. Ma la storia, gli eventi, no. Boh, salcazzo. Uno non riesca a capire dove sbaglia mentre sbaglia, e non sa se sta sbagliando o se solo sta seguendo il proprio destino, la propria natura.
Uno non sa mica capire cosa è giusto. Eppure uno in certi momenti vorrebbe solo tornare indietro, fermare il tempo a quegli attimi di serenità e stare lì. Mica uno pretende niente di straordinario. Solo che non ci vuole uno scienziato per accorgersi che certe volte si sta proprio bene. Ma poi succede qualcosa, tante volte una cazzata, e tutto va a puttane.
E ogni scazzo aggiunge un po' di rabbia. E così tante volte per le cazzate esce un odio che covava sotto da un pezzo. Rivendicazioni, delusioni, disillusioni. E già normale non ci si capisce un cazzo, figurarsi cosa si capisce nella confusione più totale che ti fanno i sentimenti che ribollono. Amore e odio che fanno a gara chi vince.
Così uno che era un pezzo che non ci si soffermava, non dorme e gli esce tutta questa perplessità, questo senso di incompiutezza. Che mai nella vita gli è andato in porto qualcosa. Sempre opere incompiute, un betoven di sto ciufolo.
E alla fine, nel silenzio sgoccioloso di una notte che piscia pioggia, con la digestione complicata come una partita a shangai, che ti corrono in soccorso sono le parole.
Che quando uno cià quei cinque minuti di spleen, il quarto d'ora di saudade, la mezzoretta di malinconoia, nostalgia, nostalgia canaglia, le parole ci sono. Le parole ci sono sempre, ti aiutano sempre, non dicono mai di no.
Sarò patetico. Ma te ne rendi conto nel momento del bisogno. Dei piccoli salvagenti neri ti aiutano, ti confortano. E ti scopri a leggere duecento volte un avviso dell'ospedale mentre sei di fronte a una persona che non è più viva. E ti concentri su quelle lettere finché non vogliono dire più niente per non fissarti solo sul dolore, sulla morte, sulla fine di tutto.
Le parole prolungano gli attimi, li fissano quando scrivi. Fermi il tempo per un po'. Ti aiutano a rimetterti in movimento. Come la mattina fai colazione e ti studi la scatola dei cereali. Ogni giorno, tutti i giorni. Potresti sostenere un esame tipo "storia dei kellog uno", con una monografia chessò, sul cruschello o sul fiocco mais cotto a vapore e poi seccato al forno.
Puoi leggere qualunque cosa in qualunque momento. E tante volte non è mica la rivistaccia da parrucchiera che ti appassiona. Ma sono le parole, i suoni nella tua testa che esse provocano ad attirarti, a darti un senso. A farti compagnia.
Che poi se ci fai caso le parole non hanno senso. Prendine una e continua a ripetertela. Una parola non pronunciata non è nulla, è un afflato mentale, è un pensiero astruso. Ripetiti questa parola all'infinito e la vedrai sparire, perdere significato, scollegarsi dal suono, dall'oggetto che ti rappresentava solo fino a pochi secondi fa. Diventare puro rumore, fruscio di sottofondo, monoscopio mentale, nonsense.
E allora ti trovi a scrivere una cosa, senza capo nè coda. Solo per fissare un momento, per smettere di pensare alla solitudine, all'opera incompiuta della tua vita. Solo per concentrarsi su delle parole. Che se sono nella testa non sono nulla, ma se sono nero su bianco sono già qualcosa, sono un segno, un codice, un.
E perché scrivere, mi si chiederà, in un posto che tutti possono leggere. Perché esporre i propri pensieri a chi probabilmente non gliene sbatte un cazzo, se non al limite per quel gusto perverso e voierista di chi si annoia la mattina in ufficio.
Perché uno non si limita a sfogarsi sul suo diarietto? Se è vero che pensare astrattamente non calma l'inquietudine, anzi l'amplifica. Se è vero che metterla nero su bianco tranquillizza, rasserena. Ma perché allora volerlo fare leggere ad altri? La scrittura non è una cosa privata?
No, la scrittura non è mai una cosa privata. La scrittura non esiste, non ha motivo di esistere senza dei lettori. La scrittura è nata per comunicare. La scrittura non sarebbe mai esistita senza dei lettori. Perché è chi legge che crea la pagina. Una pagina chiusa in un cassetto non esiste.
Perché si scrive sempre per qualcuno. Anche se si tiene un diario. La scrittura è sempre rappresentazione, è sempre composizione, è sempre creazione. Perché i "caro diario" sono sempre così curati? Eppure se non ti chiami Anna Frank e non vieni gassata dai nazisti del cazzo e nessuno leggerà mai le tue pagine.
Perché si scrive sempre per qualcuno. E' una delle poche cose che ho imparato all'università. L'altra è che quando scoppia una rissa bisogna mantenere la calma ed individuare subito gli oggetti contundenti da usare al momento del bisogno.
E allora se non avessi un piccolo pubblico non metterei mai nulla per iscritto, non ne troverei un motivo, non ne troverei conforto. I miei stessi pensieri non prenderebbero mai una forma intelleggibile. Sarebbero una bella nuvoletta di cazzate incomprensibili.
Le parole sono così belle, così importanti, così di compagnia. Ma bisogna farle, bisogna estrarle dalla matassa informe. Bisogna scolpirle, sgrossare la materia e giù di scalpello finché il nulla, il pensiero, quel niente non diventa un qualcosa.
Belle o brutte che siano non importa, devono venire fuori in qualche modo.
...evacuato da coniglione alle [17:16] |
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